I CORSI E RICORSI DELLA DIGA DI VETTO

Pubblicato da Duilio Cangiari il


Giovanni Battista Vico, il grande pensatore napoletano di fine ‘600, sosteneva che alcuni accadimenti nella storia umana si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tempo, in base a un disegno divino preordinato. Ebbene la cronaca di questi giorni conferma la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici che nel caso specifico si applica, ancora una volta al tema secolare della diga a Vetto. Nei giorni scorsi sono apparse sulla stampa alcune affermazioni, francamente imbarazzanti e fuori dal tempo, a firma dei Consorzi Irrigui Privati e di Confcooperative.

Ora il tema nei suoi contenuti è sempre quello: si ribadisce, senza nessuna analisi seria, che la diga, la grande diga vagheggiata dall’Ing Marcello oltre un secolo fa, sarebbe la risposta, non solo per ampliare la produzione del Parmigiano Reggiano, ma per tutta l’economia della montagna. Serietà vorrebbe che tali affermazioni fossero dimostrate. Infatti, ci chiediamo quali sarebbero i vantaggi per l’agricoltura montana, che deve il suo valore aggiunto soprattutto per la qualità dei suoi prodotti piuttosto che per una produzione di quantità; benefici potenziali che sarebbero colti invece da quell’ agricoltura industriale che si dispiega nelle estese pianure padane e che si colloca agli antipodi della filosofia produttiva artigianale dei prodotti collinari e montani: prodotti di nicchia e di grande qualità. Ci chiediamo, inoltre, come una immensa pietraia assolata e fangosa , come quella che si presenterebbe sulle rive dell’invaso , proprio nel periodo estivo a causa dell’abbassamento del livello lacustre dovuto agli emungimenti propri della stagione secca, possa costituire un valore aggiunto al paesaggio e una attrazione per i turisti e conseguentemente possa far decollare un settore che al contrario dovrebbe puntare a valorizzare le emergenze naturalistiche, culturali e storiche esistenti: i castelli matildici e borghi appenninici reggiani, oggi ai margini dei flussi turistici e che territori a noi vicini hanno invece saputo valorizzare e rendere famosi.

Ma torniamo alle tesi dei Consorzi privati, cercando di mettere in fila alcune considerazioni. La prima è riferita al documento della regione a cui loro fanno continui riferimenti. In quelle carte, alla fine di un ragionamento complesso e articolato, il fabbisogno stimato si attesterebbe tra i 40 e i 70Ml di mc. I Consorzi al contrario parlano di un invaso da 110 milioni di metri cubi e quindi viene da pensare che non riconoscano il lavoro della Regione, oppure che per uno scherzo della storia il tempo non sia mai passato e che tutto ritorni come nei ricorsi vichiani, in una sorta di tragica comparsata, riproponendo tesi e numeri superati da almeno mezzo secolo. Già questo la dice lunga sulla credibilità delle loro affermazioni.
Un documento, quello regionale, che prevede molte azioni diluite nel tempo, da realizzarsi in modo consecutivo nel breve, medio e lungo periodo. Lo vogliamo ricordare agli smemorati: si va da azioni di incremento dell’efficienza irrigua, al miglioramento dei canali, agli incentivi per le aziende che adottino iniziative virtuose di risparmio idrico, alla realizzazione di piccoli invasi, diffusi sul territorio, per lo stoccaggio in loco delle acque piovane ecc.… e poi non va sottovalutato l’enorme potenziale della ricarica artificiale delle falde, tecnica mai presa seriamente in considerazione dal mondo agricolo.

Ora di tutte queste cose i signori dei Consorzi (e anche altri) non ne parlano. Come mai? Sorge il dubbio che il tema della risorsa idrica sia funzionale ad altro, non sorretto da un sincero desiderio di dare un contributo disinteressato, ma piuttosto teso ad innescare meccanismi politico burocratici in grado di sostenere la complessa procedura in capo alle grandi opere. Tra l’altro ciò corrisponde alla vecchia e pericolosa logica del portiamo a casa dei soldi per le grandi infrastrutture, anche se discutibili, e poi si vedrà.
Pura follia già prima del Covid, ma ancora peggio in tempi di post pandemia, in cui la responsabilità e il rigore politico amministrativo ci viene chiesto da tutta l’Europa oltre che dalla logica.
Poi perché sottacere come chicca finale alcune considerazioni, sulla presunta capacità di questi soggetti di essere punto di riferimento credibile sul tema del fabbisogno idrico e soprattutto per valutare gli impatti dell’opera.

Occorre ricordare ai cittadini contribuenti, che da diversi anni la Bonifica Emilia Centrale stanzia ingenti risorse (circa 30.000€ ogni anno) a favore del del Consorzio Irriguo Privato di Bibbiano che fa parte della filiera (è il più antico fin dal 1344) dei piccoli Consorzi privati che reclamano la grande diga. Questi fondi sono destinati per il 30% alla manutenzione del canale di Bibbiano e di altri due canali importanti (cioè la parte principale del sistema) e per il restante alla assunzione di personale che deve svolgere le attività di servizio per il buon funzionamento del sistema di irrigazione.

Ora è del tutto evidente che soggetti che non sono in grado di ottemperare autonomamente al loro piccolo compito e cioè fare manutenzione ad un canale, peraltro loro affidato da secoli, non sono assolutamente credibili come interlocutori su un tema così delicato per la collettività e ci chiediamo come, nella situazione odierna caratterizzata da scarsità di risorse, non vengano sciolti e assorbiti nei grandi Consorzi, o forse si capisce …. Devono esercitare il ruolo di mosche cocchiere e accreditarsi a interlocutori di riferimento per la grande diga: dimostrazione vivente dei corsi e ricorsi storici vichiani e di come si possa recitare più parti in commedia. Verrebbe da ridere, se non fosse una cosa seria….

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