In risposta all’Assessore regionale Mammi sulla ipotesi di invasi sull’Enza

Pubblicato da Duilio Cangiari il

SI SFRUTTA LA SITUAZIONE CLIMATICA PER FORZARE LA MANO

Anche il 2020 è stato un anno record per la produzione del Parmigiano Reggiano. Leggiamo dalle note ufficiali che le 3,94 milioni di forme (circa 160 mila tonnellate) prodotte nel 2020 rappresentano il livello di produzione più elevato nella storia del Parmigiano Reggiano. Negli ultimi quattro anni, la produzione è infatti aumentata registrando una crescita pari al 13,5%. Questo è il quadro di riferimento in cui si inserisce la narrazione dei vertici regionali (Ass Mammi e Ass. Priolo) che dipingono il settore del Parmigiano Reggiano come un comparto sull’orlo di una profonda crisi se non si interviene subito con grandi opere idrauliche e investimenti che ne garantiscano una crescita senza limiti.

Un quadro volutamente drammatizzato, che tenta di sfruttare la particolare situazione climatica della nostra regione, per forzare la mano e indurre l’opinione pubblica ad accettare come dato ineludibile la realizzazione, tra le altre opere, di una diga sull’Enza.

Leggendo le interviste agostane si rimane francamente stupiti nel prendere atto della strumentalità delle affermazioni fatte, per la verità più consone a rappresentanti di categoria del settore agricolo che al ruolo di amministratori che dovrebbero rappresentare equamente gli interessi di un’intera collettività, piuttosto che farsi portavoce di una parte, seppur importante del mondo produttivo locale. La patina fumosa, dietro alla quale si nascondono posizioni fortemente ideologiche, dovrebbe lasciare il posto alla verità dei numeri: la produzione del “grana” non è mai stata così elevata come negli ultimi anni e questo è stato possibile a fronte di una situazione di forti cambiamenti climatici e in assenza di interventi significativi sia sul fronte del risparmio che dell’efficientamento dei sistemi irrigui.

E invece si usa il tema dei cambiamenti climatici come pretesto per riproporre vecchi schemi semplificatori, superati dalla storia e dal tempo in cui stiamo vivendo. Quelle dei nostri Amministratori sono posizioni ideologiche che utilizzano le parole d’ordine del buon ambientalismo che propugna il risparmio delle risorse e la conservazione di un bene prezioso come l’acqua, per proporre grandi opere di sbarramento fluviale.

Rimaniamo francamente ammutoliti nel prendere atto di come una generazione di amministratori giovani, che dovrebbero avere ben chiaro il quadro in cui la società e il nostro tempo si dibatte, caratterizzati da sconvolgimenti climatici e sociali, siano ancorati a posizioni e modi di operare che andavano bene negli anni 60/70, di cui francamente noi non proviamo nostalgia. Dunque, ormai è chiaro a tutti, dall’intervista dell’Ass. Mammi, che i fruitori privilegiati di una ingente mole di denaro pubblico che potrebbe arrivare in un prossimo futuro (oltre 200 milioni di euro) saranno le organizzazioni agricole.

Ovviamente la cortina fumogena sarà agevolata dal fatto che si cercherà di accreditare l’ipotesi, del tutto inesistente, che la diga servirà anche per gli usi industriali e civili. Non è così! Il comparto industriale non ha mai chiesto risorse idriche aggiuntive e pure il gestore dei servizi idrici, se non sarà politicamente costretto a dichiarare altro, dispone di risorse adeguate ai fabbisogni civili.

Ora nei ragionamenti fallaci e pretestuosi dei portatori di interesse manca però una opportuna riflessione attorno al passaggio tra radicamento millenario di un prodotto come il Parmigiano reggiano e la sua proiezione nella globalità, che sta velocemente trasformando il suo mondo produttivo: mentre se ne proclama la tipicità territoriale ristretta, lo si incanala in strategie commerciali dilatate su scala mondiale, con i produttori locali sottomessi agli investimenti della finanza internazionale privilegiando gli aspetti quantitativi, come anche si coglie nei toni trionfali dei vari commenti dagli anni 2015 ad oggi.

Questa tendenza positiva sul versante economico e produttivo, non deve tuttavia oscurare il ricorrersi di crisi dovute a sovrapproduzione, col contenimento forzoso del prodotto, caduta dei prezzi e dei ricavi, sino a soluzioni di ammasso.

In ordine agli aspetti produttivi, rimane poi da approfondire il processo di palese sfruttamento di bovine selezionate per capacità lattifera quantitativa, diventate efficienti macchine da latte. Il dato quantitativo della produzione rappresenta dunque il vero perno sul quale va impostato un corretto ragionamento, anche per le modalità di conduzione e coltivo dei prati stabili, sui quali si continuano ad esercitare tecniche di irrigo a dispersione di alto impatto.

Stupisce la cautela nell’adottare soluzioni alternative con metodi che consentano importanti risparmi idrici.

Compito della politica, e delle associazioni agricole, dovrebbe essere quello di diffondere, con l’eventuale sostegno finanziario, l’innovazione delle tecniche irrigue, in modo che l’agricoltura si adatti ai cambiamenti climatici e non già perseguire devastanti disegni infrastrutturali.

Duilio Cangiari Europa-Verde Reggio Emilia.

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